Un po’ per scelte, un po’ per eventi e coincidenze che non esiterei a definire sistemiche o di forza maggiore, ultimamente sto cominciando ad accusare di solitudine… non quella sana che di tanto tanto è una dolce indulgenza nel caos quotidiano, quella triste…

Sono sempre stato una di quelle persone che fa jogging da solo, perchè correre con i propri pensieri costringe a prenderti del tempo per riflettere su tutto quello che non funziona nella nostra vita. E’ una attività infinitamente terapeutica per il proprio equilibrio mentale e fisico soprattutto nella misura in ci siamo obbligati a dedicarci quell’attenzione che durante la giornata affoghiamo in mille attività dispersive.

Il pensiero più ricorrente e avvilente penso sia quello di giocare al “What If” di scelte fatte qualche ora prima, durante la settimana il mese o tutta la vita… è un pensiero che logora e che alla fine riempe di rimorsi, ma soprattutto rimpianti: la frase non detta, l’opportunità non colta, l’azione sbagliata.

Dopo jogging torno sempre più desolato di quando sono partito, ma con un senso di completezza perchè, alla fine della giornata, certe questioni, almeno con noi stessi, devono essere affrontate per permetterci di andare avanti e trovare la forza di vivere un altro giorno.

Questo senso di completezza mi sta venendo a mancare, sintomo chiaro che sto tenendo troppe questioni in sospeso e forse mi sto affogando di troppe cose. Non so se siano preoccupazioni , reali e immaginate, e immagino che diverranno preoccupazioni quando dedicherò a loro ail tempo che meritano, ma ora di fatto so che sono solo troppe per essere gestite, tantomeno affrontate.

E in tutto ciò penso di stare attraversando il periodo di solitudine più intenso e prolungato che io ricordi.

Aver preso le distanze da tutti in parte ha aiutato a essere più lucido, ma il senso di incompletezza che provo a fine giornata è il riflesso di come le relazioni umane abbiano davvero un peso preponderante nel nostro quotidiano (almeno nel mio).

Dal punto di vista lavorativo i rapporti con i miei ragazzi sono pressochè al minimo sindacale, comprensibile visto le tensioni di quest’ultimo mese, i rapporti all’interno dell’azienda relazionalmente sono un devasto: se prima facevo parte di una “famiglia”, adesso per il team sono “il manager” e quindi fuori da una qualsiasi dinamica, mentre per il “management” sono la prima linea…. a first line of one…

Mi sento solo, isolato, impotente, in un mondo che non mi appartiene.

Logisticamente è quasi impossibile avere amicizie, sono in un posto che non conosco e su cui non so davvero muovermi… a casa va come va.

Trovo curioso come la risposta naturale alla solitudine sia “tenersi occupati”, ma di fatto è come soffocare una dipendenza con un’altra dipendenza e sperare che sia sufficiente. Il risultato è che se non mi estinguo come pila esaurita, probabilmente galleggerò in uno stato di sopravvivenza ad libitum.

Super impegnato, con decine di persone incontrate ogni giorno, dormendo 3 ore a notte su un divano e nonostante tutto sentirsi incompleti e soli penso che possa essere proprio definito come uno dei fallimenti di quest’anno… totale incapacità di gestione delle relazioni personali.

A tratti invidio tutti quelli che diventano apatici, afasici o semplicemente riescono a chiudere il mondo fuori, sono sempre stato troppo “whatever” per non “sentire” e troppo “controllato” per comunicare. Avere la lacrima facile non aiuta.